Diario del Ten Mauro Pietro


In una azione di pattuglia nei giorni successivi, ebbi modo di formarmi una idea del modo diverso, con cui veniva concepito ed attuato il caposaldo nemico. Alcune fotografie prese su una linea difensiva inglese, abbandonata dagli stessi, ed alcuni schizzi presi dal mio Serg. Magg Neri mi dettero la visione esatta delle differenze tra il caposaldo italiano e quello inglese. Una rimarcata differenza era anzitutto dovuta alla maggiore potenzialità di mezzi usati dai primi, nei confronti dei secondi, ma anche l’attuazione pratica del sistema era diversa. Il caposaldo inglese era poggiato sulla costituzione di un centro puramente difensivo formato da una brigata e sulla protezione di vastissimi campi minati, che si estendevano fino a 500 metri di profondità ed erano salvaguardati, oltre che da mine di vario tipo, da fitti reticolati, disposti in più ordini.
Ritornando alla battaglia del 4 settembre che, essa localizzò dopo quel poderoso tiro di artiglieria su tutto il fronte sui 6 km. Di linea difesa dagli 800 uomini (a tal numero si erano ridotti gli effettivi del 187° Rgt Folgore).
Ad un tratto l’uragano di fuoco che investiva le nostre linee cessò come incanto e mentre dal sibilo dei grossi calibri sul nostro capo constatiamo che l’artiglieria nemica aveva allungato il tiro, dinanzi a noi vediamo sollevarsi un polverone che preannunciava immancabilmente l’avanza dei carri armati.
Alle prime luci del giorno si distinsero tre colonne corazzate nemiche, una delle quali precedeva alcuni battaglioni di fanteria. La fanteria avanzava balzo a balzo, sostenuta ad intervalli dal fuoco dei mezzi corazzati.
Sembrava una esercitazione, era guerra che seminerà morte ed eroi.
I nostri uomini sono tutti rintanati nelle buche: al fragore del nemico risponde il nostro silenzio. La terra trema sotto di noi e la sentiamo quasi arroventata dal fuoco che l’investe e dallo sforzo di compressione che subisce per lo schianto di grossi calibri.
La nebbia mattutina si aggiunge al polverone dei mezzi corazzati nemici, ma tuttavia sono distinguibili fanti inglesi, mentre avanzano a gruppetti. Ogni tanto sventagliano una raffica di mitra dinanzi a loro e poi osservano. Non c’è anima viva davanti! I paracadutisti quasi fusi col terreno mordono la terra ed attendono di potersi rizzare in tutto il loro splendore.
Il nemico giunge a 100 metri da noi, sembra in un primo mento sconcertato; poi si rassicura sgranando alcuni colpi delle sue armi; infine si convince di essere solo a combattere quella battaglia, che stava considerando sul serio! Prima si rannicchiava ed attendeva sincronicamente che i bestioni in cingoli sferragliassero il loro fuoco, per poter correre più avanti, ed adesso avanzava ritto ed impettito completamente allo scoperto come se andasse in esercitazione. Gli esili reticolati, che sono dinanzi a noi sono scavalcati con disinvoltura dal nemico, che si incunea tra un caposaldo e l’altro usando con nostra grande sorpresa camminamenti predisposti da loro stessi nei ampi minati lasciati in precedenti ritirate.